/*COLONNA PER TESTO*/

Vampire's Secret

The Vicious Cabaret

mercoledì, 24 giugno 2009

Verona

Partimmo il giorno seguente.
Presi velocemente le mie cose, avevo lasciato quasi tutto nello zaino quasi aspettandomi un viaggio improvviso.
Era mattino presto. L’alba.
Yante mi aspettava tranquilla con i piedi nell’acqua congelata. Non indossava più la candida veste delle sacerdotesse del tempio, al contrario la sua figura snella era scolpita sotto la leggera maglietta attillata e i pantaloni, lunghi sulle sue gambe. Al mio arrivo si voltò e mi sorrise.
“Nuotiamo?” chiesi io ingenuamente.
“No” mi rispose trattenendo una risata “prendiamo la barca, che ne dici?”
Annui e mi guardai intorno, curiosa. Non vi era nessuna barca.
Dopo un attimo dalla nebbia fuoriuscì la prua bianca ed intarsiata di una scialuppa, sembrava emergere da un’epoca lontana. Sorrise maliziosa e salì.
La seguii.
Non feci domande, un’immobilità agitata e ricca ci circondava, mi sembrava inutile parlare. Guardai l’isola allontanarsi, e le nebbie, che pian piano l’avvolgevano, silenziose e vive. Mi voltai affascinata da quello spettacolo e mi concentrai sui suoni che ci circondavano, i suoni del basso bosco che si facevano sempre più vivi. Gli uccellini cantavano il nuovo giorno, grilli salterini risvegliavano il manto verde danzando con le api intorno ai fiori, che sbocciavano dando il benvenuto al sole. Un inno in lontananza accompagnava la rinascita della natura, i sacerdoti salutavano Venere, stella del mattino. Cantai con loro. Persa nella melodia non mi accorsi che anche Yante aveva iniziato a cantare. Ascoltai più attentamente i giochi tra le due arie. Le sacerdotesse si erano aggiunte per celebrare la nascita dell’astro celeste e l’avvento di un nuovo giorno. Per un istante riuscii a penetrare nelle nebbie di quel posto magico, lo salutai con in cuore la speranza di ritornare.
Il silenzio incantato del sacro luogo si dissolse non appena la barca raschiò il letto del lago per giungere sino a riva. Scesi con lo zaino sulle spalle, come una piccola escursionista inesperta. Yante mi sorrise e mi fece cenno di proseguire. Penetrammo nel bosco fino a raggiungere un sentiero costeggiato da olmi e castagni. Notai il rumore dei miei passi sulle foglie che ricoprivano dolcemente le vecchie orme di chi, prima di noi, aveva compiuto quel cammino. C’era qualcosa di strano, però. Mi accorsi allora che Yaya camminava leggera, senza produrre il minimo suono. Mi concentrai, sentivo di poterlo fare anch’io. Entrai in contatto con tutto ciò che ci circondava per poi dirigermi verso il suolo, dove la madre terra pulsava. Sentii la pianta del piede toccare il terreno, la fermai in tempo affinché sfiorasse debolmente il suolo, senza intaccarlo. Con un po’ di concentrazione riuscii nel mio intento, dovevo stare molto attenta, però, poiché non appena sorridevo, contenta come una bimba per il mio risultato, dovevo ricominciare tutto da capo, dal momento che perdevo il contatto con la natura che ero riuscita a creare.
Arrivata ad un bivio mi voltai, una gioia infantile mi invadeva il viso, e Yante mi guardava con il tipico sorriso di una mamma quando pronunci la prima parola o impari a gattonare.
“Dove andiamo?” chiesi, sentendomi molto piccola per la prima volta in tutta la mia vita.
“Vieni”. Mi avvicinai e mi prese per mano. La sensazione di vuoto che provai fu assoluta, non c’era più niente intorno a noi, solo… aria. Quando riaprii gli occhi eravamo sedute in un giardino, che circondava una villa in pietra in stile romanico, massiccia nella sua struttura, ma leggera nella sua forma. Colonne ed archi a tutto sesto ne snellivano i contorni, e balconi ne spezzavano l’austerità.
Aprendo le braccia sul giardino mi presentò la proprietà.
“Benvenuta a Verona!”
“Verona? Siamo in Italia??” chiesi sbigottita, non riuscivo a crederci. Realizzai allora ciò che mi aspettava nella mia nuova vita, avrei visto luoghi che fino ad allora avevo potuto solo immaginare, avrei fatto incontri del tutto inaspettati con creature leggendarie… solo tre giorni prima dormivo nel mio letto in un cottage in Inghilterra ed ora ero in Italia, la patria della musica colta, dell’opera classica e del teatro, la madre della più grande letteratura europea.
Corsi verso il cancello principale, lo aprii e una vista magnifica di una città addormentata che è in procinto di svegliarsi riempì il mio campo visivo. Fumo usciva dai comignoli delle case, alcune macchine di intrepidi cittadini viaggiavano silenziose sulle strade principali, il sole in lontananza faceva brillare le campane dei molti campanili della città.
Lo scatto di una serratura mi annunciò l’aprirsi di una porta, mi girai radiosa e vidi Yaya che saliva i gradini per addentrarsi nella villa. Le corsi incontro e la seguii. Ma nell’atrio ligneo non c’era, salii così i gradini di pietra di una stretta scala a chiocciola. Arrivai al primo piano dove su un largo corridoio tappezzato di quadri dai motivi colorati e luminosi si aprivano molte porte. Camminando con più calma le osservai, notai che sulla prima che dava su una stanza circolare le cui pareti erano rivestiti da librerie e dove piccole finestre facevano entrare fasci di luce una piccola incisione riportava la scritta museum, le mie conoscenze di latino mi fecero dedurre che significasse “studio, biblioteca”. Proseguii altre porte con scritte per me incomprensibili si aprivano lungo le pareti. L’ultima dava su un’enorme camera da letto. Uno scrittoio sul lato destro si affacciava su una grande finestra, dai mosaici colorati, i cui disegni coloravano la coperta di un’enorme letto circolare che altrimenti sarebbe stato bianco. Tende rosse cadevano a circondarlo con eleganza, danzavano tranquille mosse dal vento che arrivava dal terrazzo. Raggiunsi le porte-finestra aperte. Yante ammirava il panorama con un sorriso sul volto. “Mi è mancato tutto questo… vieni guarda.” Quando fui al suo fianco cominciò a descrivermi la città, la prima volta che l’aveva visitata e la decisione di costruirci una casa, dove avrebbe potuto tornare.

Scritto da SoleilDuMinuit alle Ore 19:58
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martedì, 04 novembre 2008

AUGURI!


 

Ascoltala bene. Sì, perchè questa musica ti accompegnerà ancora per diversi anni. E tu dovrai camminare agitando le spalle e piegando progressivamente la schiena per far capire al mondo che hai compiuto 20 anni.

Benvenuta nel limbo U_U, benvenuta nella fase senza un nome, senza un'identità, senza poster o caramelle fatte su misura.

AUGURI TESORO MIO! *___________________* BUON COMPLEANNO!

(Con un giorno di ritardo -____-)

Ma levati quella Lupo Alberto dalla bocca, ormai non ti spetta più U_U.

*Porge una Mentos, la caramella di Color Che Son Sospesi.

Ti voglio bene!

 

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Scritto da Selya alle Ore 18:57
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venerdì, 10 ottobre 2008

Ties of Blood

Sdraiata su un soffice materasso e ricoperta di puro lino mi misi ad osservare la luna, splendente e completa nella sua intera pienezza, attraverso dei piccoli fori scolpiti nel soffitto.

Intorno a me respiri calmi, quieti, le altre novizie stavano dormendo profondamente. Io al contrario non ero riuscita a chiudere occhio. Fu una notte gradevolmente insonne. Non ero minimamente stanca, anzi il mio corpo emanava ancora molta energia, rafforzata da un forte senso di gioia di sapermi finalmente a casa. Ero appena arrivata, ma quel luogo come nessun altro si addiceva nel miglior modo ad essere chiamato casa. Lo conoscevo ed era mio. Nessuno provava alcuna ostilità, non una goccia d’odio nell’aria, ma forti correnti d’amore e riconoscenza, di sprizzante felicità incontrollata.

Il bagliore della luna si fece più intenso, un lieve tocco rosso sulle mie palpebre. Aprii gli occhi, chiusisi nel vortice dei miei pensieri. La luna alta su di me splendeva ancora, ma non era stata la sua luce a farmi rinvenire bensì quella che emanava la runa disegnata sulla mia fronte nel corso del rituale.

Feci comparire davanti a me la faccia di Yante, sulla fronte un disegno, probabilmente la mia stessa runa, un fulmine. Sowulo. Il suo nome mi rimbombò nella testa, una voce morbida e dolce me lo suggeriva. Agendo da volontà suprema, Sowulo è associato a una guida spirituale. E' l'essenza del vostro senso del sé e del vostro valore. Mi recitò a memoria la stessa voce. Guida spirituale… la mia mente indugiò su quelle parole.

Sì, Yante era e sarebbe stata la mia guida.

Ritornai ad osservare la luce proiettata sul soffitto dalla  mia fronte… non riuscivo a cogliervi nessuna forma, solo un guizzo di luce blu cobalto. Un leggero calore però proveniva da essa, chiusi gli occhi e mi concentrai su quel punto. Percorsi l’intera lunghezza della linea. Mi sembrò tanto simile ad una graffetta aperta…una linea verticale con due rientranze sul lato destro. Nessuna voce mi parlò, nessun ricordo. Frugai frettolosamente nello zaino posato ai piedi del letto. “Antiche tradizioni della terra dei druidi”. Aprii il libro, ormai lo conoscevo a memoria. Dopo aver conosciuto Yante decisi di comprare quel piccolo volume che così tanta fortuna mi avevo portato, il volume che stavo distrattamente sfogliando nella calda e accogliente libreria di S.Levant in cerca di risposte al mio sogno.

D’altronde non avevo mai creduto alle coincidenze, perché mai quella avrebbe dovuto essere la prima volta?

 

L'essenza di Perth è l'acqua, che rappresenta l'area inconscia, al di sotto della conoscenza ma tuttavia non al di sotto dei sentimenti.[…] In una lettura, Perth può rivelare un aspetto nascosto di voi o significare un segreto che finalmente viene alla luce.”

 

Rappresenta i potenziali nascosti, i talenti che non si manifestano. Mi rispose di conseguenza la solita voce, in modo dolce, quasi mi stesso rivelando lei stessa quei potenziali nascosti.

Rimasi immobile sul bordo del materasso. Nessuna voce ora, nessun pensiero.

Respiri calmi, quieti, le altre novizie stavano continuando a dormire profondamente.

Guida spiritualepotenziali nascosti

Chiusi gli occhi e regolai il mio respiro, diventato forte ed irregolare, a quello delle altre novizie.

Scesi dal letto e cominciai a camminare. Non sapevo dove stessi andando. Qualcosa più forte di me mi guidava.

Percorsi uno stretto corridoio. La luce di una o due torce lo illuminavano. Stavo camminando in salita. Una curva. Due curve e una piccola discesa. Una porta di ebano intarsiato mi bloccò il cammino.

D'osclóinn an doras.

La porta si aprì, silenziosa scivolò sui cardini.

Camminai a vuoto nel buio fino a quando sentii il profilo basso di un materasso. Scivolai sotto le coperte, in un gesto del tutto naturale, come quando da piccola non riuscivo a dormire e mi raggomitolavo tra le braccia accoglienti di mia mamma, che mi cullava dolcemente.

Una mano cominciò ad accarezzarmi i capelli, e a cantare una dolce ninna nanna. Il battito del mio cuore rallentò percettibilmente, il mio respiro si fece calmo, e i pensieri ricominciarono a fluttuare assopiti.

Non riaprii gli occhi, non avevo il coraggio di scoprire dove fossi finita, ma ero sicura di aver capito l’identità della persona che gentilmente non si era opposta alla mia intrusione, quasi aspettandoselo.

Mi ripresi completamente cullata dai suoni morbidi e conosciuti della ninna nanna. La fronte continuava a emanare un leggero calore, come se l’energia imprigionata nel mio corpo tentasse di uscire.

Fui io a parlare per prima.

“Scusami, non so cosa mi sia preso o come sia riuscita ad arrivare fin qui…io ecco...” con voce un po’ incerta le raccontai cos’era accaduto, di come quella voce morbida avesse risposto a tutte le mie domande, della runa impressa sul mio viso e della sua, del legame che le univa, delle novità nascoste a cui non sapevo dare risposta.

Mi ascoltò fino alla fine in silenzio. Quando smise di accarezzarmi i capelli mi girai e la guardai negli occhi. Quegli occhi, che normalmente sprizzavano dolcezza e amore, erano ardenti di curiosità. Una curiosità buona. Una curiosità e un attenzione evidente. Le sopracciglia leggermente corrugate formavano una piccola ruga sulla sua fronte per niente intaccata dal tempo che andava a congiungersi con la coda del fulmine azzurro.

Ma non parlò, continuò a guardarmi e basta.

Una voce rimbombava nella mia testa. Era buona, era utile, ma il sentire voci non è mai considerato un buon segno.

Di chi era quella voce? Così morbida, così familiare… .

“Yante..?” la chiamai sommessamente, sapevo che era ancora sveglia.

“Sì, piccola?”

“Può essere mia mamma?”

“Chi?”

“La voce, quella che sento ogni volta che sono a contatto con la magia, con i miei poteri…”

Non mi rispose, mi girai, non riuscii più a sopportare il suo sguardo indagatore.

Mi misi a guardare la parete, fatta di roccia non levigata creava strani effetti di luci ed ombre giocando con i raggi lunari che filtravano, così come dalla camera delle novizie, da piccoli disegni creati nel soffitto.

Sentivo il suo respiro calmo, riuscivo a cogliere solo sentimenti confusi nella stanza, nessuna emozione forte. Stava pensando.

“A cosa pensi?” le chiesi dopo un po’ di tempo.

“A quello che ti sta succedendo. Magari tua mamma era…” ma si interruppe. “ Cosa ti ricordi di lei?”

Riflettei. Non mi venne in mente nulla. Ero troppo piccola a quel tempo.

Mi sfiorò la schiena. Sentii lo stesso calore che scorreva sulla mia fronte. Mi aveva donato un po’ della sua magia.

“Osclaíonn d’ intinn tú”

La nebbia che offuscava i miei ricordi si diradò. I miei sensi si assottigliarono, il respiro di Yante si fece alle mie orecchie più pesante.

Sentii per la seconda volta in quella notte una ninna nanna, molto diversa dalla prima, ricca di suoni dolci e sussurrati, nessun abbellimento, nessuno sforzo era stato fatto nel comporla, solo l’amore aveva guidato l’autore nella sua impresa. Quello stesso amore traboccava in tutta la sua grandezza in quelle semplici note. Riuscivo quasi ad immaginarle scritte sul pentagramma, una melodia semplice cantata con il massimo timbro vocale.

Altri sensi si scatenarono quando riuscii a vedere un volto. Un volto mai visto, ma così familiare. I miei occhi mi stavano guardando, era un volto quasi angelico, le linee morbide lo disegnavano, soffici ricci castani scendevano fino a raggiungere il mio viso. Li sentivo, benché sapessi che non potevano esistere in quel luogo, in quel contesto, ma vivevano dentro di me, dentro i miei ricordi.

Mia madre si spostò dal campo visivo, scorsi allora una radura affacciata sul mare, su di esso il riflesso rosso del sole all’alba. Ci sedemmo sull’erba fresca, bagnata di rugiada. L’aria accarezzava tiepida i nostri corpi. Quanti giorni avevo trascorso in quella radura, quante ore passate in solitudine a suonare o disegnare, non sapendo che lì, pochi anni prima, vi era stata anche mamma, che mi ci aveva condotto, e magari che aveva svolto alcuni rituali.

La musica di sottofondo cambiò. Non riuscii a riconoscere nessuna parola, ma erano comparse delle candele intorno a noi. Un cerchio perfetto rivolto verso il sole. La musica questa volta aveva un sapore antico. Anche i suoni erano più gutturali, i termini mi sembravano più aulici. Magari stavamo salutando il sole. Sì, probabilmente era l’antico saluto alla notte ormai vecchia ed il benvenuto al nuovo giorno.

La nebbia ritornò ad oscurare i miei ricordi.

“Tua mamma era una Strega, vero?” mi chiese Yante.

“Sì” sussurrai con voce spezzata.

Dopo un breve silenzio sussurrò anche lei in risposta:“Dormi piccola ne parleremo domani.”

Mi prese con se e cominciò a cullarmi. Improvvisamente tutta la stanchezza che fino a prima non avevo minimamente sentito mi sopraffece, e sprofondai in un sonno senza sogni, cullata dall’amore che proveniva chiaro e trasparente dalla mia guida.

Scritto da SoleilDuMinuit alle Ore 19:34
Categorie: gilraen, yante
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lunedì, 22 settembre 2008

Lake of Mists - pt. II

Il corridoio che ci accolse era scarno e privo di qualsiasi ornamento, solo una galleria scavata nella roccia e pervasa da un odore pungente di umidità. Le feci cenno con la testa perché proseguisse e la seguii a poca distanza. Alla fine del corridoio c’era un’altra porta di metallo, i cui soli contorni potevamo vedere: una figura alta e imponente si stagliava davanti ad essa, con la testa china, coperta da un cappuccio di stoffa grigia e le mani congiunte. In quel momento, l’ansia di Gylraen si fece più imponente e percepii con chiarezza il battito del suo cuore che accelerava. Appena fummo abbastanza vicine, l’uomo sollevò una mano per liberarsi del cappuccio, rivelando una cascata folta di capelli castani. Le sopracciglia aggrottate in un’espressione perplessa si appianarono in un attimo e il suo volto si distese in un sorriso.

“Credevo non sareste più arrivate, mo cuishle. Vi aspetto da molto tempo.” Disse rivolgendosi a me. Poi, tendendole la mano, chiamò Gylraen per nome, dandole il benvenuto. Con un gesto aprì la porta invitandola ad entrare. Infine, tese la mano verso di me. Il suo tocco era intatto nei miei ricordi, la pelle calda e liscia delle mani e la stretta vigorosa, rassicurante. Mi attirò verso di lui per baciarmi sulla fronte e sussurrarmi quanto gli ero mancata. Sorrisi, a mia volta lo baciai e mormorai parole dolci, perdendomi in quegli occhi così simili ai miei. Mi parvero ancora più intensi e antichi, e potenti e infiniti. Entrai a mia volta e lasciai che lui richiudesse la porta.

Indicai con un gesto della mano l’uomo a Gylraen, che sorrise gentilmente verso di lui. “Olòrin, il Valoroso . Il mio maestro.” Calcai la voce su quel possessivo, così preciso e adatto a descrivere il nostro legame intenso.

“Immagino di averlo già visto.”, ribatté lei, osservandolo con interesse. Le sue parole furono accompagnate da un’occhiata non particolarmente amichevole nei miei confronti.

“Oh…” soffocai una risata, sostenendo divertita lo sguardo inquisitore del Maestro “ Ehm, non avevo tempo di raccontarle tutto…” cercai di troncare la discussione velocemente, prima che lui potesse rimproverarmi e mi avviai velocemente lungo il secondo corridoio, decisamente più confortevole del primo, più ampio e abbellito da grandi specchi in cornici di legno dipinto.

“Di preciso…cosa non avevi tempo di raccontarle?” riprese lui qualche attimo più tardi.

“Nulla! Mi annoia raccontare, lo sai…pensaci tu.” risi ancora, abbracciandolo teneramente mentre scuoteva la testa, sconcertato dalla mia ennesima sfrontatezza.

Pochi minuti dopo ci ritrovammo in una sala immensa, alla cui estremità stava un enorme trono di pietra. Lungo i due lati maggiori si aprivano, sotto dei portici colonnati, sei stanze per lato.

In queste, si affrettavano donne dai capelli intrecciati e dalle vesti leggere e colorate. Riconobbi qualche volto, poi cinsi le spalle di Gylraen con un braccio; la bocca socchiusa e gli occhi spalancati dallo stupore, si guardava attorno, incredula.

Sei pronta?” chiese gentilmente Olòrin alle nostre spalle, prima di iniziare a parlare. Lei rispose con un cenno deciso del capo e lui proseguì.

“Dunque, Gylraen, tu sei qui per celebrare insieme a tutti noi il Rito. Prima di poter acconsentire, però, devo accertarmi che tu conosca quello a cui vai incontro. La tua iniziazione deve essere volontaria e coscienziosa, fiduciosa nei confronti di chi ti accompagnerà in questo percorso.” A quelle parole mi guardò, severo, richiamando la mia attenzione. “Nella prima stanza” indicò quella a noi più vicina “ potrete purificare il corpo e lo spirito in un bagno. Vi saranno consegnate delle vesti che indosserete per tutta la vostra permanenza. Entrate, e ci rivedremo nell’ultima stanza quando il vostro percorso sarà terminato.”

Entrammo nella prima stanza, ci immergemmo in una vasca d’acqua tiepida e profumata, indossammo vesti leggere di lino, lei azzurro intenso e io viola. Passammo poi alla seconda stanza, dove una sacerdotessa minore tracciò sulla nostra fronte una runa celtica. Così nella terza e nella quarta, affinché ogni nostra facoltà fosse pienamente liberata da ogni vincolo: mente, spirito e corpo. Nella quinta fu dichiarato l’elemento caratteristico della magia che Gylraen avrebbe posseduto: il fuoco.

Nella sesta stanza, una delle sacerdotesse maggiori le consegnò un pugnale d’argento a doppia lama, col manico in legno d’ebano e un fodero di pelle scura, raccomandandole di non abbandonarlo mai. Nella settima e nell’ottava fummo bendate e le nostre mani legate dietro la schiena.

Appena oltrepassata la soglia della nona stanza, una voce maschile ci accolse.

“Questo è il Nord, luogo di massima tenebra. Chi siete e cosa chiedete?”

Mi affrettai a rispondere secondo il rituale. Nonostante non potessi vedere il suo volto, riconobbi chiaramente la voce di chi mi era stato amico e compagno, centinaia di anni prima.

“Chi siamo non ti è dato sapere, o nobile. Chiediamo di giungere all’ Est, luogo di massima luce.”

“Figlie della notte, avvicinatevi a me e ricevete i sigilli della terra e la mia benedizione. Che il vostro viaggio possa essere propizio.”

E così dicendo fece slegare le nostre mani e ci consegnò una coppa d’argento.

Fu quindi la volta della decima stanza, in cui una voce morbida e femminile ci domandò ancora. “O audaci, vi accolgo nella torre dell’Ovest. Da dove venite e cosa chiedete?”

Feci per rispondere, ma mi bloccai quando sentii la voce di Gylraen parlare al mio posto, con ferma decisione.“Veniamo da Nord, dalla porta della Morte. Chiediamo di passare.”

“Ricevete ora nella Coppa del Ricordo, l’Acqua: possiate essere guidate e purificate.” E versò nella coppa dell’acqua, invitandoci poi a berne un sorso ciascuna.

Passammo quindi nella penultima stanza, la torre del Sud.

“E dunque…” la voce portava con sé un sentimento ostile e diffidente. “Da dove venite?”

Lasciai che anche questa volta fosse lei a rispondere, compiaciuta della sua innata preparazione. Non sapevo da dove avesse appreso il formulario del rituale, ma certo era una cosa troppo straordinaria per non andarne orgogliosa.

“Veniamo da Ovest, porta della purificazione. O supremo, ti chiediamo di passare!”

“Io, guardiano della torre del Sud ti proibisco di passare. Non puoi entrare in questo luogo se non hai la vera fede, la perfetta purezza e la completa fiducia.”

Gylraen fu disorientata a queste parole, io no.

“Le ha, Guardiano.” Ribattei fiera.

“Chi garantisce?” il tono della sua voce si era addolcito.

“Io, guida dell’Anima, garantisco.”

“Avvicinatevi, salde nella vostra fede, e ricevete la consacrazione dell’aria.” E mentre slegava le bende che ci coprivano gli occhi, soffiò sul nostro viso per tre volte. Poi mise nelle mani di Gylraen un campanellino d’argento e liberò il passaggio verso l’ultima stanza.

La dodicesima stanza, la sala del Gran Rito finale, si aprì davanti ai nostri occhi. Di forma perfettamente circolare, il suo perimetro era percorso interamente da delle panche di pietra che ne richiamavano la precisione in un cerchio minore al centro della Sala. Esattamente opposto all’entrata, si trovava un altare. Sul soffitto scuro erano incise tutte le costellazioni, e il loro contorno splendeva, riflettendosi con vaghezza disorientante nel marmo lucido del pavimento.

“Da dove venite, sacerdotesse?”. Olòrin, davanti a noi, vestito di biancore abbagliante e puro. Olòrin che sorrideva. Olòrin che attendeva.

“Veniamo dal Sud, dalla porta della Consacrazione.” Rispose ancora lei, precedendomi e non manifestando alcun timore.

“Entra nel cerchio, Novizia.” Lei fece un passo avanti e prese la candela accesa che lui le porgeva.

“Ti dono il fuoco purificatore, tuo elemento supremo, e ti invito a farne un uso meritevole.”

In quel momento dietro l’altare comparve una donna, dalle vesti candide e i capelli rossi come fuoco sciolti sulle spalle. Istintivamente, tutte le novizie presenti nella stanza seguirono l’esempio dei più grandi, tacendo e volgendo gli occhi verso la Grande Madre.

“Benvenute e benvenuti, giovani e antichi, qui vi accolgo con rinnovata gioia per insegnarvi le Arti a voi sconosciute, e amarvi come figli.”Con un gesto della mano diede inizio al Grande Rito finale.

Contemporaneamente, tutte le Guide, compresa me, si inginocchiarono davanti ai propri adepti e prendendo l’Athame -il pugnale consegnato prima- tra le mani, lo sfoderarono. Tesi la lama verso Gylraen, impugnandolo fermamente con entrambe le mani e pronunciai solennemente, al cospetto di Olòrin.

“Gylraen, giuri solennemente di mantenere il Segreto? E di impegnarti nella Conoscenza, di essere impavida e coraggiosa di fronte al pericolo e alle minacce, e di non rinnegare mai questa Congrega?”

Non ci fu bisogno di suggerimenti, né mentali né verbali. Lei sapeva. Tutto.

“Possano i miei poteri rivoltarsi contro di me, se dovessi infrangere il solennissimo voto, ora e per sempre.” Il suo viso era serio e rispettoso, i muscoli del suo corpo tesi.

“Alla presenza dei Grandi Antichi e della Grande Madre, ti nomino ora e per sempre strega del fuoco, Gylraen.” E prendendo il pugnale dalla lama, lo riconsegnai alla sua proprietaria.

 

Alzai gli occhi e la guardai. Rividi me stessa in lei, e fui pervasa da un sentimento di puro amore e riconoscenza, per quella che era mia figlia. Per quello che era mio Padre. Ora come allora.
[Grazie a Selya per l'immagine.]

Scritto da yante_punk alle Ore 15:33
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martedì, 09 settembre 2008

Lake of Mists [pt. 1]

Era tornata. Era lì, accanto a me, e senza ombra di dubbio era desiderosa di comprendere.

Quindi le mie parole di molte notti prima e il sacrificio posto nel non fermarla avevano fatto il suo corso regalandomi il risultato che più di ogni altra cosa bramavo.

Poche notti più tardi le chiesi di fare i bagagli. Non fece domande. Non ci fu alcuna esitazione, con la serenità di chi si affida a qualcun’altro nell’interezza del suo essere raccolse pochi oggetti in una valigia. La sera dopo partivamo, lasciandoci St. Levan alle spalle. Forse, per sempre.

Poco fuori dal paese la presi tra le braccia, delicatamente: un vortice ci avvolse, l’aria accarezzava la nostra pelle con dolcezza e ci portava lontano. Lontano. Oh, così lontano.

Quando il vento che ci aveva trasportato si placò, il paesaggio era cambiato sensibilmente. La scogliera rocciosa che ci aveva visto partire era stata sostituita da un morbido manto erboso che circondava uno specchio d’acqua coperto da uno spesso strato di nebbia. Sollevai gli occhi verso il cielo, imperlato di stelle chiare e luminose, le presi il polso con due dita e la condussi verso la sponda del lago; non c’era bisogno di parole, quel silenzio ci riempiva completamente.

All’improvviso la nebbia che copriva la parte più lontana del lago si diradò scoprendo quello che celava [come un velo caduto, come un’illusione, un mistero svelato…come una magia] e al centro esatto si stagliava un piccolo isolotto su cui era eretta una costruzione curiosa. L’acqua ne lambiva dolcemente la base, accarezzandola.

“Ti va di nuotare?” le chiesi, ridendo ed evidentemente poco interessata al suo parere in merito, visto che mi ero immersa senza attendere la sua risposta. Lei scrollò le spalle e mi seguì con un leggero disappunto.

L’acqua era gelata e splendida, il lago…così profondo da poter nascondere qualsiasi cosa. Davvero, davvero qualsiasi cosa.

Quando arrivammo sulla riva, quella costruzione dai contorni indefiniti si fece chiara. Poggiava su una base pentacolare alla quale si poteva accedere tramite delle brevi scalinate posizionate in corrispondenza delle punte del pentacolo. Da qui partivano quattro colonne di marmo scuro, con delle lievi venature bianche. Disegnavano, insieme alla sommità della costruzione, un cerchio perfetto al centro esatto del pentacolo. Avevano alla sommità dei capitelli corinzi di fattura pregiata e reggevano una volta a sesto acuto. Tutto intorno, delle lanterne dalla luce soffusa illuminavano il soffitto, su cui erano rappresentate le quattro allegorie degli elementi. Mi soffermai un attimo, in bilico sugli ultimi due gradini, a far scivolare gli occhi su quelle curve morbide e quei colori brillanti. Il blu cobalto, liquido e profondo, per l’Acqua. Il bianco soffice e inconsistente, come seta, per l’ Aria. Il rosso, l’arancio e le mille sfumature del cielo al tramonto, per il Fuoco. Il marrone e il verde smeraldo, infine, per la Terra.

Poi le indicai quello che in realtà il bersò marmoreo proteggeva. Da un’apertura circolare sul pavimento partiva una scala a chiocciola che scendeva verso l’interno.

La cavità diventava presto scura e impenetrabile allo sguardo, così da non lasciare intravedere dove conducesse.

[Così profonda da poter nascondere qualsiasi cosa. Davvero, davvero qualsiasi cosa.]

 

Presi una delle lanterne che illuminavano la volta e iniziai a scendere, voltandomi per assicurarmi che Gilraen mi seguisse.

Sapevo che quel luogo le avrebbe riservato un’accoglienza…straordinaria. Così come aveva fatto con me, parecchio tempo prima.

Non potevo pensare ad un periodo più propizio per il Grande Rito, niente di più auspicabile: Mabon, la grande celebrazione del ritorno dell’autunno. Secondo la tradizione, la notte del 21 settembre simboleggiava l’abbandono dei legami col proprio corpo fisico e l’inizio di una grande avventura verso l’ignoto, il rinnovamento e –infine- la rinascita.

Davvero niente di più auspicabile.

“Mabon. Ora, come allora.” Sorrisi, mormorando e ritornando con la mente ad eventi passati e relegati nel ricordo. Quando giungemmo alla fine della scala, che pareva essere infinita, ci trovammo di fronte ad una piccola galleria scavata nella roccia e ad una porta bassa, in mogano lucido e le maniglie in ferro battuto, dalle forme elaborate. Bussai per tre volte e la porta si aprì silenziosamente, scivolando perfettamente sui cardini. Spinsi delicatamente Gilraen davanti a me e richiusi la porta dietro di noi.

 

 

Scritto da yante_punk alle Ore 17:02
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venerdì, 18 luglio 2008

Tath meanma

Aprii gli occhi.

Uno strano soffitto di legno intarsiato, giochi di luci ed ombra su di esso.

Sentivo qualcosa di umido poggiato sulla fronte, alzai lentamente la mano, era una pezza, molto probabilmente imbevuta d’acqua congelata.

Cos’era successo? Perché mi ritrovavo sdraiata su un letto, con un panno sulla fronte, senza sapere dove mi trovassi?

Dei passi. Richiusi gli occhi.

Una mano morbida prese la stoffa bagnata. Qualcuno si sedette su una sedia accanto al letto, e cominciò a cantare. Una melodia fatta di suoni morbidi e gravi, una dolce ninna nanna.

Rimasi ad ascoltarla fino alla fine. Cullata, riuscii lentamente a ricordare tutto quello che era successo la sera prima. Tra le varie fioriture musicali e gli abbellimenti della melodia, arrivai alla conclusione che era ora di affrontare sia lei che le mie paure.

Aprii gli occhi per la seconda volta in quella giornata, e ciò che vidi mi rassicurò all’istante. Il suo sguardo era un misto di preoccupazione e infinita dolcezza. Un sorriso le si dipinse sul volto, ma non parlò.

- Ciao… - fu l’unica parola che mi venne in mente in quel momento.

- Come stai piccola? Ti ricordi cosa è successo?

- Sì… ho usato i miei poteri, giusto?- un brivido percorse la mia schiena solo nel pronunciare quella parola, ma accennai ugualmente un debole sorriso.

- Sì.

Non aggiunse altro.

Restai a guardarla a lungo. Dunque ero una strega proprio come lei?

Sbirciai i suoi occhi, l’opacità della sera prima era scomparsa, ma un lieve senso di insicurezza era rimasto dentro di lei.

- Sono svenuta?- lei annuì. – Succederà tutte le volte che vorrò usare la magia?- nessun brivido questa volta, cominciavo ad abituarmi all’idea.

Stava per rispondere, ma nella fretta e nella curiosità le feci subito un'altra domanda.

- Chi ti ha svelato i tuoi poteri? Chi ti ha detto che eri una strega?

Mi sorrise e delicatamente poggiò la sua mano sulla mia fronte. Al contatto con essa, successero due cose contemporaneamente. Riacquistai le forze, un formicolio strano percorse tutto il mio corpo, e non vidi più con i miei occhi, ma con i suoi. La sentivo ancora accanto a me, dentro di me. Buio totale.

Poi improvvisamente vidi del fuoco, molto fuoco, caldo, alto, sfiorava le stelle. Angoscia, terrore ma soprattutto rabbia si impossessarono del mio corpo, poi un uomo mi salvò, mi prese in braccio e mi portò con se. Le fiamme, la pioggia e il senso di soffocamento sparirono all’istante.

Mi ritrovai in un letto, in un castello, fuori splendeva la luna, uno spicchio incandescente. Un uomo parlava con un ragazzo. “ Olòrin ” mi sussurrò una voce morbida.

Buio.

Vidi molte giornate, e molte notti, in cui grazie all’aiuto di Dahut appresi molto sulla magia e i miei poteri.

Luce, una forte luce abbagliante.

Ero in un corridoio fatto di pietre, aspettavo l’alba. Un pugnale si stagliava nel mio campo visivo e un sole rosso fuoco ne illuminava la lama acuminata. Il vento mi portò con se, elettrico, pieno di energia. Ritornata a terra aprii gli occhi. Riuscivo a percepire il debole movimento dei fili d’erba accarezzati da un soffio leggero e  il lieve scorrere del fiume, lontano.

Buio.

Sfoglio delle pagine antiche, all’ombra di un alto scaffale di una vecchia biblioteca. In lontananza la musica di un pianoforte. Volevo sapere chi fosse quell’uomo che così tanto mi aveva ammaliata, Gabriel. Trovai la pagina giusta, la mia risposta. Immortale, destinato, o per colpa o per merito, a vivere non una sola vita, ma una serie di cicli vitali che abbracciano secoli. E io l’unica persona che potesse ucciderlo, irradiata da un potere antico e misterioso.

Buio.

Una città di un fascino antico, ostentatrice di bellezza, mi circondava. “Firenze “ mi suggerì la solita voce. Un giardino enorme, immenso, costellato da specchi d’acqua e statue meravigliose. Due persone accanto a me… Selya, di un fascino struggente, immortale, e ancora lui, Gabriel, bagnato dalla fredda luce lunare.

Ancora buio, percepii che Yante si stava allontanando, lasciava la  mia mente.

La vidi seduta tranquillamente sulla stessa sedia. Mi sembrava fossero passati secoli, ma il sole splendeva ancora alto nel cielo, ed emanava calore attraverso le finestre aperte.

- Cos’era? – domandai leggermente confusa e incantata dalle immagini appena viste.

- La mia vita… -

- No, cos’era? Come hai fatto? Come ci sei riuscita?- richiesi ancora più confusa.

- Ah… Tath meanma…- disse in un sussurro - è un’antica arte celtica, due menti si collegano e si scambiano vicendevolmente delle informazioni, in questo caso  l’ho bloccato prima di entrare nella tua. Voglio che sia tu a concedermelo.- Quel suo sorriso rassicurante le si dipinse nuovamente sul viso.

Continuammo a parlare per ore dei miei poteri, e dei suoi, di Selya, di Olòrin, di Gabriel e di un certo violinista che era riuscito ad incantarla non molto tempo prima.

Trascorremmo così tutta la giornata, senza accorgerci che ormai il sole aveva dato spazio alla luna, alta e brillante come non mai nel cielo stellato di quella calda notte d’Ottobre.

Scritto da SoleilDuMinuit alle Ore 14:18
Categorie: gilraen, yante, racconti di immortali
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sabato, 05 luglio 2008

The Truth

Gilraen.

Dopo aver avuto la certezza che fosse una Strega, cercai di passare con lei il maggior tempo possibile. L’estate esplodeva piacevolmente in grazia e profumi. Iniziammo a frequentarci con costanza e non fu difficile entrare in confidenza con lei.

Trascorrevamo interi pomeriggi vicino al faro, poco più a sud di St. Levan. La guardavo, rapita, mentre abbozzava dei disegni o mi raccontava di lei.

Mi parlò della madre, che aveva perso a soli tre anni, e del padre poco presente nella sua vita. In quel luogo si sentiva palesemente a disagio, specialmente in compagnia dei suoi coetanei; infatti non era affatto entusiasta all’idea di avere il seppur minimo rapporto con loro.

Adoravo seguire tutti i piccoli gesti delle mani che accompagnavano il suo infervoramento. E adorai ancora di più sentirla suonare, quando venni a conoscenza della sua passione: il flauto.

Le sue dita affusolate danzavano, leggere come foglia che cade, sullo strumento d’argento, strappando note lunghe e morbide che risuonavano nell’aria, amplificandosi e fondendosi armoniosamente con tutto ciò che ci circondava.

Capii molte cose di lei. Imparai a percepire anche la più leggera incrinatura della sua voce e le emozioni che lasciava trasparire dai grandi occhi brillanti, a comprendere i suoi silenzi e ciò che più la turbava.

Non era a conoscenza del suo potere, naturalmente, ma peggio aveva un rifiuto categorico per l’argomento. Più volte l’accennai vagamente e notai con disappunto la sua reazione scettica e diffidente. Ero decisa a farle cambiare idea, però, e in un modo o nell’altro ci sarei riuscita.

Misi in cono la possibilità di un suo allontanamento e la vanificazione di tutto l’impegno posto per conquistarne la fiducia, ma mi rimanevano delle carte che, se necessario, non avrei esitato a giocare.

Una sera mi decisi ad abbandonare i giri di parole e le dissi chiaramente:

“Girlaen, ti devo parlare. E’ una cosa molto importante per me, quindi vorrei che mi ascoltassi.” La guardai un attimo e aggiunsi, con un tono che non ammetteva rifiuti “sino alla fine.”

In breve le raccontai chi ero e come avevo capito che anche lei era dotata di poteri che esulavano dall’ordinario. Non entrai nei particolari, perché speravo così di suscitare la sua curiosità e spingerla a tornare da me appena avesse assimilato le “assurdità”  che stavo dicendo.

Come avevo previsto, mi ascoltò sino alla fine senza dire una parola, gli occhi spalancati e vigili, di un blu liquido e puro. Poi si alzò e se ne andò. Non feci nulla per fermarla, ma tenni per me la speranza che l’avrei vista tornare in breve tempo, coi mille punti interrogativi che da sola non sarebbe riuscita a risolvere.

A breve il seguito, qui.

Scritto da yante_punk alle Ore 15:09
Categorie: gilraen, yante
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giovedì, 19 giugno 2008

Sunset

Yante.

Un sussurro. Un nome imperlato di mistero.

Le immagini del nostro primo incontro riaffiorarono dalla memoria. Quanto mi era mancata, quanto avevo desiderato sentire ancora una volta la sua presenza.

Non so cosa di preciso mi spingesse a cercarla così intensamente, ma ogni volta che mi lasciava sentivo che una parte di me stessa se ne andava via con lei. Era come se avesse fatto venire alla luce una nuova Gilraen, che, fino a quel momento, era stata tranquilla, cullata dalla mia spensieratezza nel prendere la vita.

Riuscivo a percepire che tra noi si era formato un legame intenso, forte; quando stavo con lei mi sentivo protetta, sprigionava un senso di pace e di sicurezza.  Non so cosa avrei fatto se avesse deciso di lasciarmi in quell’istante su due piedi; probabilmente mi sarei sentita persa, non sarei mai più riuscita a ritrovare quella scintilla che aveva saputo dare finalmente un senso alla mia vita e a non farmi precipitare nel buio.

Ormai, il guaio era fatto. Aveva dato inizio ad un processo di trasformazione interiore irreversibile, doveva restare al mio fianco. 

 

Ecco, come al mio solito mi sono lasciata trascinare dal flusso impetuoso dei miei pensieri; chissà perché ogni volta che mi concentro su qualcosa, la mia mente comincia a lavorare febbrile, portandomi ad uno stato di pura incoscienza, solo un enorme forza di volontà riesce a riportarmi alla realtà.

La stessa forza che mi permise di accorgermi di lei quel giorno.

 

Stavo dipingendo uno dei migliori tramonti che avessi mai visto in Cornovaglia. La mia mente era concentrata unicamente sui movimenti delle mie mani, sui giochi di colore incandescenti che cercavo di far risaltare nonostante l’uso di una sola tonalità: il nero. Amavo disegnare con il carboncino. Quello che vedevano gli altri era soltanto una bozza di ciò che veramente creavo io dentro di me. Un gioco di accordi atonali mischiati a delle vivaci e armoniose tonalità. Un dipinto sopra uno schizzo. Un tramonto sopra una tempesta…

 

Ecco lo sto rifacendo di nuovo, mi sto nuovamente smarrendo tra i miei pensieri.

 

Persa in quei giochi di colore, avevo cancellato tutto ciò che mi circondava. Solo quando avevo quasi concluso, una forza più forte della mia volontà mi risvegliò.

Mi girai per vedere chi mi avesse ridestato da quell’estasi che ero riuscita a creare. Vidi con la coda dell’occhio una ragazza che mi osservava curiosa, così, voltandomi le sorrisi.

Dopodiché ritornai al mio tramonto.

Non riuscii però a concentrarmi.  Qualcosa mi diceva di seguirla.

 

* * * *

Quella notte fu straziante.

Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo il tramonto di quella sera prendere vita. I colori acquistavano una propria capacità di movimento e si trasformavano. Vedevo immagini impregnate di antichi valori.

Candele sparse su un pavimento cosparso di sale.  Fanciulle vestite unicamente di leggere tuniche blu in un girotondo sfrenato, ipnotico. Un canto primitivo, pieno di suoni discordanti, un insulto alla musica classica, ma di un fascino sconvolgente.

Poi all’improvviso sulla nota più alta, ugualmente bella e straziante,  si girarano contemporaneamente  verso di me e… e avevano il suo volto.

Più volte mi svegliai terrorizzata quella notte. Ed ogni volta volevo riaddormentarmi per sapere cosa sarebbe successo alla fine del rito. Ma la fine non la vidi mai.

 

La mattina dopo andai in libreria, avevo bisogno di risposte. Mi diressi istintivamente nella colonna dedicata ai romanzi fantasy. Trovai solo alcune leggende molto rivisitate, ma nessuna riusciva a spiegarmi il sogno di quella notte.

Avevo appena aperto un libro che parlava delle antiche tradizioni celtiche, quando sentii il campanello della porta tintinnare. Mi girai. Era lei.

Chiusi frettolosamente il libro quando uscì dal negozio. Volevo sapere, lei avrebbe saputo darmi delle risposte.

Scritto da SoleilDuMinuit alle Ore 12:31
Categorie: gilraen, yante, racconti di immortali
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Sembrerebbero attimi insignificanti. Eppure qualcosa li mantiene vividi nei miei ricordi. Sciocchezze. Dettagli. La porta della stanza di zio, il divano in pelle dove guardavamo i cartoni o gli infiniti pranzi d’estate. La festa per la laurea di Ale, le mattine in spiaggia. E la tua arroganza. Il tuo dover essere sempre splendido. Tu.

C’è che, semplicemente, ho sempre invidiato la tua perfezione inattaccabile.

C’è che, naturalmente, di fianco a te sono destinata a

sbiadire.

Scritto da yante_punk alle Ore 12:26
Categorie: just me
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lunedì, 16 giugno 2008

Gilraen

Ero impaziente di incontrarla ancora. Avevo solo intravisto il suo profilo, in fondo. Possibile che mi fossi sbagliata? Dovevo sapere di più di lei. Dovevo mettere un punto fermo ai miei dubbi.

Così, la mattina successiva al nostro fugace incontro, scesi a piedi verso St. Levan.

Ci volevano appena cinque minuti per giungere dal cottage alle prime case del paese, e la strada  poco frequentata era l’ideale per una passeggiata.

Il paese non contava più di seicento abitanti, non sarebbe stato difficile trovare informazioni sulla ragazza ma non volevo dare nell’occhio o sembrare invadente, né mi sembrava il caso di usare le arti magiche.

Arrivai in poco tempo sulla strada principale che attraversava il paese e portava fino al mare: lì si affacciavano pochi negozi che studiai attentamente.

Ero impegnata nelle mie valutazioni quando un forte presagio mi riportò bruscamente alla realtà. Era lì, vicino. E non so come, percepivo il suo desiderio di incontrarmi. Alzando la testa, trovai davanti a me la vetrina lustra di una libreria. Ma certo…quale posto migliore di quello?

Entrai, una scarica di adrenalina mi percorse il corpo. Il locale era piccolo e gli scaffali lo ingombravano quasi per intero lasciando sottili strisce di pavimento per il passaggio dei clienti. Tuttavia era accogliente e l’atmosfera era rassicurante.

Infatti. Era lì. Lei al rumore della porta che si apriva alzò lo sguardo dal volume che stava sfogliando e incrociò il mio.

Dissimulai la mia attenzione salutando educatamente la proprietaria del locale e rassicurandola che ero lì solo per dare un’occhiata e puntai lo scaffale dedicato ai poeti.

Prévert.

Sorrisi scorrendo le pagine del volume che conoscevo molto bene, mentre con la coda dell’occhio vedevo la ragazza tentennare nell’incertezza di avvicinarsi e parlarmi.

Sapevo di aver suscitato in lei un forte interesse dal primo incontro, e lo percepivo mentre aumentava ancora, ma non avevo intenzione di fare io il primo passo.

Mi diressi alla cassa per comprare il volume e uscii dal negozio. Uscì anche lei, subito dopo.

“Aspetta!”

Mi voltai, stupita che avesse già avuto il coraggio sufficiente per fare la prima mossa. Lei, timidamente, tese la mano verso di me.

“Gilraen, piacere…”

Lo mormorò appena, mentre le guance si incendiavano. Al contatto con la sua mano i dubbi che ancora avevo sulla natura della ragazza si dissolsero. Era una Strega e quel nome dal sapore celtico era l’ulteriore conferma.

La guardai attentamente prima di rispondere, presentandomi a mia volta. Dimostrava appena 18 anni, aveva capelli castani che scendevano in morbidi boccoli ad incorniciarle il viso, e occhi dallo sguardo vivace, di un blu particolarmente intenso. La carnagione pallida si sposava perfettamente coi lineamenti delicati e la sensazione di armonia che mi aveva trasmesso la prima volta non era affatto cambiata.

Ora, rimaneva solo da scoprire se fosse conscia del suo potenziale o lo ignorasse.

Scritto da yante_punk alle Ore 17:09
Categorie: gilraen, yante, racconti di immortali
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.:Yante La Strega:.

Sono nata ad Atene,nell'autunno del 1703. Ho vissuto la mia adolescenza in Bretagna, sotto la protezione di una potente strega bretone,Dahut, e di un druido irlandese, Olòrin. Il mio nome significa tessitrice di incantesimi, domino i quattro elementi e posso vedere passato e futuro.







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